facebook image

Vivian Maier:
la prima instagrammer della storia?

blog post image

Grande successo sta riscuotendo la mostra milanese della fotografa “ritrovata” Vivian Maier, donna enigmatica, bambinaia di professione e fotografa per passione.

Un’artista che è stata letteralmente scoperta per caso dopo la sua morte (1926-2009) e che sta facendo il giro del mondo con le sue foto che documentano silenziosamente e minuziosamente il mondo urbano che la circonda.

Si potrebbe quasi osare definire Vivian Maier la prima instagrammer della storia.
Sola con la sua macchina fotografica Rolleiflex al collo, scatta ritratti di nascosto, è affascinata dalla vita nei suoi risvolti di miseria e povertà. A testimonianza della sua persona, qualche autoritratto messo a fuoco in vetrine di negozi, giochi prospettici di specchi, luci e ombre.
Vivian è una fotografa di strada che, a partire dalla fine degli anni Quaranta, svela le città di Chicago e New York da nuove angolazioni, fa riscoprire sapori e caratteri di un tempo.

Il critico d’arte del New York Times, Robert Smith l’ha definita “la nuova rappresentante della street photography del ventesimo secolo”. 

Di fatto è la prima esploratrice urbana della storia che fotografa per passione istanti, attimi di vita, si fa qualche “selfie” e predilige il formato square in bianco e nero.
Le sue foto in fondo non sono che un lungo racconto autobiografico.
L’associazione al famoso social network e al proposito che accomuna gli “instagrammer” non è poi così lontana.

Gli “instagrammer” sono fotografi istantanei dalla doppia vita, con la passione di fotografare per se stessi, che danno un grade valore alla dimensione estetica della foto.

Un esempio? Gli “Instagrammer fuorilegge”, un fenomeno diffuso in rete.
I loro profili mostrano foto inedite di New York, Hong Kong, Los Angeles, Dubai, Shangai, San Francisco.
Discreti e spericolati, raramente fanno selfie e veicolano un messaggio sociale importante: sono “hacker dei luoghi” - come li definisce Bradley Garrett, autore di Explore Everything - che prestano il loro servizio alla comunità ricordando che la città dovrebbe appartenere ai cittadini e i suoi spazi essere illimitatamente accessibili.



Vivono la città silenziosamente, da un punto di vista differente, in libertà.

Anche di Vivian Maier si può dire che fosse soprattutto libera e spericolata.
Libera di scegliere la professione di bambinaia, per avere l’autonomia di vagare per strada in cerca dell’instante giusto.
Spericolata da avvicinarsi così tanto al soggetto della foto, senza nessuna remora.

Non solo, Vivian era una vera e propria collezionista della vita: conservava giornali, ricevute, lettere e qualsiasi tipo di oggetto. John Maloof ha scoperto oltre 150mila negativi, film in super 8 e 16 millimetri, registrazioni, appunti e documenti di ogni genere.

Le scatole in cui Vivan raccoglieva tutti i rullini di fotografie mai sviluppate potrebbero facilmente essere paragonate alla bacheca di Instagram.

Certo se l’intento di Instagram è quello di condividere i propri scatti con una comunità più o meno indefinita, quello di Vivian, vera maniaca della riservatezza, era quello di tenerli per sé.
“Ho scattato così tante foto per riuscire a trovare il mio posto nel mondo”, diceva di sè la Maier.
Ma in fondo cosa c’è dietro la condivisione sui social, dietro l’apparente dar mostra di sé, se non un cercare il proprio spazio nel mondo?


Rimani in contatto con noi

Per offrirti il miglior servizio possibile behind the cloud utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l’uso dei cookies. | Cookie policy | Accetto