facebook image

Il successo di una campagna?
Tutta questione di "passo"
Il caso delle web series che provano a conquistare il grande schermo

blog post image

I “The Pills” esordiscono al cinema con “Sempre meglio che lavorare”. Una pellicola su cui si è concentrata l’attenzione della stampa cinematografica e del web e intorno alla quale si è acceso un lungo dibattito. Il perché è facile da intuire. La pellicola si inserisce in quella serie di tentativi in atto da circa 6/7 anni per cui artisti nati sul web provano a sbarcare sul piccolo schermo della TV o sul grande schermo.


IL SALTO DEI YOUTUBER

È impossibile non ricordare a questo proposito la prima generazione di Youtuber costituita da Guglielmo Scilla (Willwoosh), Claudio di Biagio (Nonapritequestotubo) e Claudia Genolini (Cicciasan) che con The Freaks non solo hanno spopolato sul web nel 2011, ma hanno anche riempito gli scaffali dei principali megastore con i cofanetti DVD nel corso dell’anno seguente. 

Oggi ci provano i “The Pills”. Dopo circa 4 anni di pillole su YouTube, con il produttore Valsecchi alle spalle, tentano di conquistare il grande schermo con “Sempre meglio che lavorare”, uscito nelle sale il 21 gennaio scorso. Le recensioni sono diverse e segnano principalmente una divisione tra fan entusiasti, fan meno entusiasti e un mondo della critica cinematografica mediamente deluso. Il più severo è il Rolling Stone che analizza la pellicola dal punto strettamente tecnico e ne denuncia i principali difetti:

“Trama fragile come la sceneggiatura che gonfia l’idea di un paio di episodi fino alla durata minima di un lungometraggio, con Luca Vecchi che mostra idee di regia discontinue (ma alcune interessanti e ben congegnate, soprattutto legate al suo personaggio, titolare della migliore caratterizzazione e della sottotrama più interessante), una fotografia discreta ma bidimensionale, una colonna sonora che è sopra la media. Tutto il resto, però, è noia.” Rolling Stone.

La stampa mediamente si allinea su questa critica, come riassume “The Vice”, finendo però per schierarsi implicitamente dalla loro parte e invitandoli a una intervista di “risposta”:  

"La stampa, più precisamente, li ha descritti come un mix tra ragazzini, sessisti, stupidi e "videomaker", inserito quasi come appellativo squalificante.” The Vice

Il web dei fan (parzialmente) e qualche influencer di peso (tra cui Dagospia) li protegge sottolineando come la loro sia una critica finalmente non scontata all’Italia di oggi, lodandone il coraggio critico, la sfrontatezza ecc. 

Su questa scia, il dibattito ci terrà compagnia ancora per qualche giorno.


IL PASSAGGIO DA WEB A CINEMA NON È AUTOMATICO...

Il nostro obiettivo però in questa sede non è quello di entrare nel merito del dibattito cinematografico, mestiere che non ci appartiene e al quale partecipare non sarebbe quindi corretto.

Vogliamo invece mettere l’accento su un passaggio della vicenda rimasto inosservato e che ci offre invece il pretesto per una riflessione generale e utile al mondo dei comunicatori, a cui invece ci rivolgiamo.

Al di là delle interpretazioni che poi sono state attribuite alla recensione di Rolling Stone scritta da Jack Bristow (pseudonimo di Boris Sollazzo), nell’articolo è presente un passaggio forse molto più importante di quelli che poi sono passati alla lente di ingrandimento del dibattito mediatico. Il passaggio è il seguente:

Molto meglio i titoli di coda e soprattutto i trailer mendaci, solo liberamente ispirati al film. E questo, in fondo, dice tutto: quella dimensione è la loro. D’altronde, che senso avrebbe far giocare Higuain in porta e Buffon centravanti?” Rolling Stone 

Al di là del sarcasmo pungente della conclusione dell’articolo, si sottolinea in realtà la chiave di tutta la questione: un probabile errore di valutazione della “dimensione di gioco” da parte del collettivo romano (o del loro produttore). Dal web si è passati al cinema senza soluzione di continuità e questa nuova dimensione probabilmente non è stata  ben valutata.

Viene da chiedersi perché questo aspetto non sia emerso nel corso delle esperienze precedenti, come per esempio The Freaks che prima menzionavamo. Perché in quel caso la stampa ha per lo più sostenuto il tentativo degli Youtuber? E perché non sono stati criticati i successivi tentativi di Guglielmo Scilla che appare nel cinema con “10 modi per farti innamorare”? 

La risposta in realtà è molto semplice e sta nella continuità di linguaggio e di registro tenuto dai primi Youtuber rispetto ai loro successori,“The Pills”.

The Freaks ha schiacciato l’occhio alla sorella maggiore TV rimanendo sul web, attendendo che fosse la TV a valutare la compatibilità dell’output e quindi a invitare gli Youtuber a trasmettere i loro episodi sul piccolo schermo. Spingendoli poi addirittura a produrre una nuova serie. 

Dalle esperienze dei primi Youtuber a The Freaks il passo oltre è stato fatto, ma con cautela.

Minutaggio da breve a medio, linguaggio che rimane televisivo (al quale il video del web è più naturalmente vicino), narrazione per episodi che rimane tale. 

La comparsa dei primi Youtuber nel mondo del cinema avviene attraverso i suoi personaggi. Guglielmo Scilla ha affrontato il cinema. Ma da solo. In un film scritto da terzi che non aveva a che fare con il prodotto “The Freaks” ma ispirato al libro omonimo scritto dallo stesso Scilla, al quale ha prestato il volto e la fan base. 

La sfida a cui si sono esposti i The Pills è stata notevolmente diversa.
Il tentativo è stato quello di riproporre il formato The Pills al cinema. Con gli stessi personaggi, con gli stessi richiami alle situazioni, negli stessi ambienti, ma confrontandosi con minutaggio maggiore. L’esigenza di raccontare una “grande storia” ha generato aspettative totalmente diverse. Questa volta non si è trattato di un “passo”, ma di un salto. E per giunta un backflip.

Beninteso ai The Pills è toccata la medesima sorte che tocca a tutte le serie televisive che si evolvono in film e che generalmente non hanno esiti diversi da quelli dei giovani Youtuber romani. È il caso di Boris che da serie diventa film in Italia con esiti perlopiù deludenti. In USA i casi sono innumerevoli. 


INDIVIDUARE IL GIUSTO REGISTRO DI COMUNICAZIONE

Detto questo, evitando di entrare nel merito della pellicola dei The Pills, vorremmo prendere spunto da questo esperimento per ricordare a noi stessi quanto sia importante, da professionisti, considerare il canale su cui si intende comunicare individuando linguaggio e registro appropriati.

Sicuramente nel campo del cinema e dell’intrattenimento questa sfida ha ricadute evidenti, vista la dimensione del canale e del suo pubblico. 

Ma per gli operatori della comunicazione la faccenda è altrettanto seria, soprattutto quando si ha che fare con il rilancio di aziende utilizzando una molteplicità di canali e misurandosi con l’esigenza di declinare i contenuti con stili e secondo registri sempre differenti all’interno del medesimo progetto.


Rimani in contatto con noi

Per offrirti il miglior servizio possibile behind the cloud utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l’uso dei cookies. | Cookie policy | Accetto