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Energie fossili o rinnovabili?
Il Paese che vogliamo

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Quando decidiamo di comprare un nuovo smartphone difficilmente la nostra scelta sarà influenzata da questioni di carattere energetico. Difficile immaginare che qualcuno di noi si interroghi e decida in base all’origine dei vari componenti, alle caratteristiche della batteria, a quanta energia serva per ricaricarlo o a quanta CO2 si produrrà ogni volta che accediamo all’app di Facebook.


Dietro ogni nostra azione quotidiana c’è un dispendio energetico, eppure non ne siamo consapevoli. Nel moderno mondo tecnologico l’evoluzione è connessa a consumi energetici crescenti e il punto critico sono le fonti di approvvigionamento, di quali e di come disporne nel tentativo di mantenere in equilibrio il nostro ecosistema con processi di sviluppo irreversibili. È questa in realtà la questione a cui siamo chiamati a rispondere al referendum di domenica 17 aprile: che indirizzo imprimere alla nostra politica energetica e, di conseguenza, che Paese vogliamo diventare? 


IL FUTURO ENERGETICO CHE VOGLIAMO

Con l’ultima legge di Stabilità (comma 239 dell’art.1, dicembre 2015), il Governo ha deciso che chi ha già ottenuto il permesso di estrarre petrolio e gas in mare entro le 12 miglia dalla costa (cosa normalmente proibita, ma sono consentite delle eccezioni), potrà sfruttare il giacimento fino al suo esaurimento. Il referendum, promosso da nove Regioni e appoggiato da associazioni ambientaliste come Greenpeace e Legambiente, è stato indetto per far decidere ai cittadini se abrogare con il SI il comma in questione, e quindi far cessare l’attività estrattiva alla scadenza naturale del contratto, o se consentire alle compagnie petrolifere di sfruttare al massimo i giacimenti votando NO. Sull’argomento c’è poca informazione e tanta confusione, alimentata dagli enormi interessi economici che ci sono dietro.


Come spiega il Renewable Energy Team del gruppo Garnell, nostro cliente, il quesito è tecnico e potrebbe essere fuorviante, ma fare la scelta giusta è fondamentale, non tanto nell’immediato, quanto per l’indirizzo che vogliamo imprimere al nostro futuro. Una vittoria del SI, infatti, non comporterebbe automaticamente la fine delle trivellazioni in mare, tanto che l’ultimo permesso scadrebbe nel 2034. La questione è piuttosto di ordine politico, nonché culturale, perché dal voto uscirà un’idea chiara di sviluppo del Paese. Vogliamo continuare a trivellare e puntare su combustibili fossili, in controtendenza rispetto alle conclusioni a cui è giunto il COP21 lo scorso dicembre, inquinando e con pesanti ricadute sociali, o scegliere la strada della riconversione energetica, garantendo ai nostri figli aria pulita e riappropriandoci del Mediterraneo, mare nostrum?


L'OCCASIONE DELLA GREEN ECONOMY

Il 40,5% dell’energia prodotta in Italia viene da fonti rinnovabili e soddisfa il 17,3% del fabbisogno nazionale. Il paradosso è che il nostro Paese è effettivamente all’avanguardia nel campo della green economy, tanto da raggiungere in anticipo gli obiettivi stabiliti dall’UE per il 2020, ma questi dati sono negativi rispetto agli anni passati, per via di scelte legislative che privilegiano gli idrocarburi. Legambiente ha più volte denunciato il taglio o il notevole ridimensionamento degli incentivi, il blocco dei progetti per la costruzione di impianti eolici, la burocrazia che ostacola chi vuole investire nelle fonti rinnovabili. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è nona in Europa per i finanziamenti ai combustibili fossili, con 13,2 miliardi di dollari, e ultimamente ha pure facilitato il processo per ottenere le autorizzazioni per l’estrazione di idrocarburi (rapporto di Legambiente su politica e petrolio). La domanda che sorge allora è: che idea di sviluppo economico si sta imprimendo al Paese? Stati come la Costa Rica, l’Austria e il Canada investono da anni per diventare sempre più autosufficienti dal punto di visto energetico, per poter contare solo su fonti pulite e ci stanno riuscendo. Reykjavik è la prima capitale al mondo a “emissioni zero” e diverse città di ogni continente, da San Francisco a Sydney, stanno lavorando per diventare green al 100%.


Gli esperti del Renewable Energy Team di Garnell dicono che questo sarebbe possibile anche in Italia, perché la tecnologia c’è, sono le infrastrutture e la volontà politica che mancano. Per esempio, l’auto elettrica ormai esiste da anni, ma le colonnine per ricaricarla sono pochissime. Uno studio dell’università di Stanford ha dimostrato come investimenti mirati nel campo delle fonti rinnovabili consentirebbero, entro il 2050, a 139 stati, tra cui l'Italia, di produrre tutta l’energia di cui hanno bisogno in ogni settore economico. Non solo, questa conversione green creerebbe anche 22 milioni di nuovi posti di lavoro nel mondo.

I SUGGERIMENTI DI GARNELL

Quali passi intraprendere quindi verso la riconversione energetica?

Garnell ne indica tre:

  1. Sburocratizzazione e semplificazione delle pratiche per chi vuole investire nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica, in sostanza poche e chiare regole.
    Attualmente le leggi cambiano non solo da un anno all’altro, ma anche da un comune all’altro nella stessa Regione, inoltre le interpretazioni giurisprudenziali si differenziano. Una chiara normativa, invece, offrirebbe maggiore sicurezza agli investitori privati, garantirebbe iter autorizzativi più semplici, controlli più veloci ed efficaci, nonché una notevole riduzione dei contenziosi.

  2. Una legislazione trasparente in materia edilizia che incentivi la costruzione e la riqualificazione degli edifici in senso passivo (ovvero quando la somma degli apporti “passivi” di calore, quelli cioè dell'irraggiamento solare trasmessi dalle finestre e il calore generato internamente all'edificio da elettrodomestici e dagli occupanti stessi, sono quasi sufficienti a compensare le perdite dell'involucro durante la stagione fredda) o addirittura attivo (oltre a non consumare energia prodotta da un impianto di riscaldamento “convenzionale”, è l’edificio stesso a produrla, ad esempio utilizzando i pannelli solari). 

  3. Adozione delle Smart Grid, ovvero di reti intelligenti alimentate da rinnovabili che consentono all'energia elettrica e alle trasmissioni di dati di viaggiare su più nodi, rispondendo tempestivamente alla richiesta di consumo di uno o più utenti e garantendo una gestione immediata e ottimale. Questa tecnologia ci consentirebbe di aumentare i livelli di comfort desiderati risparmiando sulla bolletta e di inquinare meno l’ambiente, migliorando così la qualità della vita.


L’oro nero, nell’attuale congiuntura, non è più conveniente neanche economicamente. Perché essere schiavi di interessi terzi, di paesi esportatori (gli stessi che spesso fomentano guerre)? Perché inquinare i nostri splendidi fondali quando potremmo usare l’energia pulita e potentissima di sole, acqua e vento? Il voto del 17 aprile potrebbe essere l’occasione per i cittadini di far sentire la propria voce e per spronare i rappresentanti politici a mettere in agenda la questione della riconversione energetica. Secondo Enel e Confindustria, l’efficientamento energetico potrebbe creare 400 mila nuovi posti di lavoro e un giro d’affari compreso tra i 350 e i 510 miliardi. Non c’è più tempo da perdere quindi, diventare carbon-free diventa una scelta ineludibile, anche per far ripartire l’economia del Paese.


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